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Giu 0813

Il pescatore di Annamaria Tanzella

Pubblicato da Camilla Cannarsa alle 11:11 in Il racconto del venerdì


Oggi presenntiamo Il pescatore, di Annamaria Tanzella.

Inviate i vostri racconti a camillacannnarsa[at]blogosfere.it, e non ve ne pentirete! Saranno sottoposti alll'insindacabile giudizio dei lettori, i milgiori critici in assoluto.

 

 
Il pescatore

 

 

Siamo a metà settembre e ci concediamo un’ulteriore vacanza, un tre giorni in un paesino abbarbicato sul promontorio, in un borgo vetusto, ma singolare, con un porto sottostante lambito da un mare cristallino.

Ci accompagna nostro figlio minore, è ancora un adolescente sulla soglia della pubertà, in quel passaggio delicato che li rende insofferenti agli adulti; egli: Matteo, è un ragazzo che sta bene con tutti e trova divertimento anche con i suoi genitori, gioendo per questo extra fuori città, alle soglie dalla apertura delle scuole.

 

L’albergo dove alloggiamo, si affaccia proprio sul porticciolo diviso in luogo d’attracco per le diverse barche di pescatori del luogo, e anche in spiaggia riservata ai clienti dell’hotel.
Prendiamo possesso della camera, ci guardiamo intorno, ci piacciono le pareti chiare tinteggiate con effetto spugnatura rosa pesca, colore poi riportato pure sulle lampade e sulla biancheria da letto che rende il tutto raffinato, ma rilassante.

 

Apro le persiane ed esco sul balconcino che s’affaccia sul singolare porto, insenatura di quel luogo turistico, da qualche decennio riscoperto e rivalutato.

“Mamma – esordisce Matteo – c’è anche il frigo bar! Guarda quante lattine di coca: posso aprirne una?”

“Ma certo tesoro, ora vieni fuori a guardare il panorama: qui dall’alto è più suggestivo!”

Mi raggiunge mio marito Giorgio, compagno fedele da più di vent’anni.

“Vediamo un po’ Loredana? Splendido – mi dice – ho scelto bene allora? Questa mini vacanza non programmata, si prospetta niente male!”

Loro i miei due uomini sono già in boxer da mare e mi sollecitano a cambiarmi.

“Andate pure, vi raggiungo al più presto. Devo farmi una doccia: sono accaldata!”

Giorgio si avvicina e mi bisbiglia nell’orecchio: “Un fuori programma?”

“Già – gli sussurro – ho dimenticato di passare il rasoio alle gambe: faccio in un attimo!”

 

Sono sola finalmente! Posso guardarmi le bellezze paesaggistiche dal piccolo balcone con la ringhiera in ferro battuto a forma semi circolare; noto in un angolo una poltroncina in vimini, mi ci accomodo ed osservo il cielo che si tocca col mare azzurro e  con il promontorio, lingua di roccia piantata nelle limpide acque. Scruto, con interesse all’orizzonte, la collina rigogliosa di natura verdeggiante che guarda dall’alto il paesino marittimo. Chiudo gli occhi e respiro a pieni polmoni dilatando le narici, affinché lo iodio raggiunga ogni cellula del mio corpo, lo faccio sempre quando sono al mare, compio questo rito sin dalla nascita, perché così sono venuta al mondo: in un’insenatura nascosta della bellissima costa siciliana.

“Mammina, anche oggi tarda a venire il papà?”

“Amore, le barche non sono ancora rientrate! Continua a guardare il mare e fra un po’ le vedrai spuntare!”

 

Avevo solo cinque anni e vivevo in una graziosa casetta che dava sul mare, solo un modesto marciapiede la separava dalla scogliera del porto del mio paese; quando i pescatori rientravano con le barche, io ero sempre davanti alla finestra col nasino appiccato sul vetro che si appannava del mio respiro. C’era una particolare intesa fra me e mio padre: lui era per la bimba Loredana un mito, e quando scendeva dalla barca salutandomi con un cenno della mano in segno di vittoria, io esultavo:

“Mamma, il papà anche oggi è stato bravissimo: ha pescato!”

I miei genitori si erano conosciuti in riva al mare e per entrambi era esploso l’amore in un feeling perfetto ; si incontravano di nascosto fra gli anfratti per non essere scorti da nessuno: sapevano che la loro storia sarebbe stata disapprovata dalla famiglia di lei.

 

Mamma frequentava il primo anno alla facoltà di lingue, avrebbe voluto fare l’interprete da grande, mentre mio padre aveva continuato lo stesso mestiere di mio nonno; da piccolo accompagnava molto spesso il suo papà durante le escursioni di pesca e si era innamorato della vita in mare aperto: il lavoro di pescatore divenne per lui una vera passione!

“Mario, sai com’è, i miei genitori stanno facendo dei sacrifici per me: mi pagano gli studi e i vari spostamenti dal paese, da noi non ci sono università. Io prima di conoscerti, non pensavo ad un legame, c’era solo lo studio nella mia testa, ora ci sei tu ed io vorrei stare sempre con te! Poi ci sarebbe un altro problema… il tuo lavoro: i miei per me hanno grandi aspirazioni, perciò amore siamo costretti  a vederci così.”

 

“Pamela, va tutto bene per me, purché non mi abbandoni!”

La storia andò avanti per vari mesi, nessuno si accorse di nulla, fino al giorno in cui la mia mamma non rimase incinta di me e come Pamela aveva previsto, i miei nonni materni la misero alla porta quando seppero di mio padre.

“Cosa – urlò mio nonno – ti faccio studiare per darti un futuro migliore e tu… ti butti nelle braccia di un pescatore! Vuoi passare la tua vita fra la puzza del pesce, fra le incertezze e con un marito di basso livello? I tuoi progetti… i tuoi sogni! L’amore passa: te ne pentirai!”

Fuggirono via Mario e Pamela e vissero inizialmente in una casetta alla periferia del paese, anche i genitori di mio padre disapprovarono la scelta del figlio, secondo loro quella ragazza con la testa alla cultura non sarebbe stata una brava moglie, per cui inizialmente i due innamorati dovettero adattarsi alle ristrettezze economiche.

 

Ma loro non se ne curavano, la felicità adombrava tutto il resto.

Al mattino presto mia madre si recava al porto ad attendere il ritorno del marito e quando vedeva  all’orizzonte far capolino la barca tinteggiata di giallo, sapeva che rientrava il suo uomo: sublime amore; allora dalla costa, lei cominciava a salutarlo con il braccio per aria e si portava la mano alle labbra per soffiargli un bacio simbolico di benvenuto.

Anche con la gestazione al termine, Pamela non rinunciava all’appuntamento con il mare: non poteva mancare! Quella mattina, quando io decisi di venire al mondo, lei era in attesa sulla piatta scogliera; avvertì poi delle intense contrazioni che l’obbligarono a sedersi per terra, mentre incrociava le braccia sul ventre con sofferenza.

 

“Che ti succede amore?” Disse Mario dopo aver ancorato la barca.

“Portami nel nostro rifugio: devo sdraiarmi!”

Il rifugio era una accogliente grotta un po’ più avanti, era il luogo dove si erano amati lontano da occhi indiscreti, era il limbo felice.

“Pamela, andiamo in ospedale: credo che sia giunto il momento!”

“No – esclamò lei – non  ce la farò: sta per nascere, devi aiutarmi tu!”

Il parto fu rapido, mi raccontò in seguito mia madre, poi il coraggioso Mario prese in braccio le sue due donne e le condusse in ospedale per il controllo medico.

 

Con la mia nascita i due sposi si sentirono ancora più uniti, l’amore ardeva come un fuoco inestinguibile: erano perfetti insieme; mio padre era un giovane che se il destino lo avesse collocato da un’altra parte, con le sue doti naturali di bellezza e di intelligenza avrebbe avuto un avvenire diverso. Mia madre lo aveva denominato “l’intellettuale dei mari”, non ci furono incomprensioni fra loro, il rapporto non si arenò per mancanza di argomenti, come presagiva il mio nonno materno: Mario era bello, amorevole, dalla parlantina forbita ed abile pescatore.

Il lavoro andava bene, il nostro mare pescoso permetteva discreti guadagni e col tempo mio padre aveva in progetto di acquistare un peschereccio, sarebbero andati poi i suoi futuri marinai in mare.

 

Avevo compiuto cinque anni, quando ci trasferimmo in quella casa che s’affacciava sul porto; era una graziosa villetta a due piani ed io se non ero all’asilo, mi appostavo dietro ai vetri ad attendere il mio papà, il mio bellissimo papà, al quale correvo poi incontro festante per saltagli al collo e riempirlo di baci tempestandolo di domande. La vita scorreva felicemente, Pamela mai si lamentò di aver rinunciato ai suoi sogni: il suo universo eravamo noi! Ogni nuovo giorno, rafforzava nei miei genitori  quel feeling perfetto che li univa indissolubilmente. 

Quella memorabile mattina… quella mattina in cui avevo disegnato tanti ghirigori sulla patina di vapore del mio respiro, dopo l’attesa prolungata vidi un assembramento di persone lungo la riva.

“Mamma è tutto triste lì fuori: le barche non ci sono!”

“Andiamo a vedere: si saranno nascosti per farci uno scherzo!”

Sono trascorsi circa quarant’anni, ma ricordo ancora l’espressione angosciata che colsi sul volto di mia madre: mi colpì profondamente! Mai prima di allora quel viso aveva espresso dolore.

 

Fecero delle ricerche e ritrovarono anche i pescatori per un ultimo saluto; durante la notte una improvvisa mareggiata aveva soppresso quelle vite, dell’imbarcazione gialla  e di mio padre si persero le tracce, tracce di un’attesa mai cancellata.   

Riemergo dalle rievocazioni del mio passato che mi è stato poi raccontato e che ora in questo luogo mi suggestiona, e mi chiedo perché? Ho appena trascorso un’altra vacanza al mare, ogni estate della mia vita  la passo esclusivamente al mare: non potrei diversamente! Cosa c’è di diverso qui? Il richiamo è forte, anche se mi attendono e devo affrettarmi, giro il capo per osservare con più attenzione le barche ormeggiate, e fra le tante fa capolino una colorata di giallo: che strana analogia!

Nasce così nel mio animo la speranza… speranza di dare pace al mio cuore e a quello di Pamela che ancora attende il suo Mario con caparbia ostinazione.

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Commenti

1. Adel, Venerdì 13 Giugno 2008 ore 17:41

La storia e' interessante ma lo stile secondo il mio modesto parere di lettrice va rivisto. Non e' molto scorrevole e ci sono diverse imperfezioni linguistiche dal punto di vista grammaticale e strutturale.

2. Adriana, Venerdì 13 Giugno 2008 ore 19:04

Io lo trovo scorrevole e interessante; dove sono gli errori e le imperfezioni?

3. Lorenza, Lunedì 16 Giugno 2008 ore 19:16

Dolcissimo, come Annamaria sa essere. Senza nulla togliere alla storia, delicata e curiosa, sono però d'accordo con Adel su alcune imperfezioni/ridondanze linguistiche che non c'è bisogno di evidenziare. Spesso il coinvolgimento delle storie che scriviamo ci impedisce di guardarle dal punto di vista tecnico, e sono sicura che Annamaria, a mente fredda, potrà analizzarle con calma nella quiete di casa sua.

4. Annamaria, Lunedì 16 Giugno 2008 ore 20:25

@ Adel. Sono appena rientrata e leggendo attentamente, ho riscontrato quelle imperfezioni linguistiche evidenziate. Quando ci si legge a caldo non si trovano i propri errori. Sono contenta che tu abbia trovato interessante la storia.

@ Adriana. Grazie per aver trovato il racconto scorrevole ed interessante.

@Lorenza. Credo che dallo scritto si intuisca la natura della persona, in effetti mi piace scrivere storie che rispecchiano il mio carattere. Sono una romantica che ama le vicende che trasmettono emozioni: hai un grande intuito Lorenza! Grazie per aver apprezzato il racconto.

5. daniela rindi, Martedì 17 Giugno 2008 ore 20:47

beh una grande storia d'amore che mi ha commosso sinceramente, nonostante lo stile un po' ampolloso. Bello!

6. Annamaria, Mercoledì 18 Giugno 2008 ore 23:07

@Daniela. Quando mi dicono che la storia suscita emozioni e coinvolgimenti, sento di trasmettere le mie sensazioni. Grazie per il commento, per quanto riguarda lo stile adoro le ampollosità, per me sono dei ricami che abbelliscono.

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