Il viandante di Annamaria Tanzella
Pubblicato da Camilla Cannarsa alle 10:18 in Il racconto del venerdì
Anche oggi Il Racconto del venerdì ha qualcosa da farvi leggere: Si chiama Il Viandante, ed è un racconto di Annamaria Tanzella.
Con l'arrivo dell'estate, so già che mi invierete pochissimi racconti. Non smettete di scrivere e, a settembre, inviatene a bizzeffe. L'indirizzo di posta elettronica resta lo stesso: camillacannnarsa[at]blogosfere.it.
Notate qualcosa di strano? Qualche errore particolare?
Buona lettura!
Il Viandante
Come non poteva immedesimarsi nella natura rigogliosa che esplodeva fulgida in quella primavera che aveva tardato ad apparire? Come non poteva ammirare tutte le gemme che facevano capolino e parevano richiamare l’attenzione, in quel contesto prima smorto per via del tempo invernale inclemente che non voleva andar via? Come non poteva… Rosy bearsi del risveglio della sua campagna romagnola?
Avevano avuto una stagione lunga, fredda e piovosa; giornate sempre uguali pasticciate di grigiore freddo e di umidità pungente, le cui perlacee goccioline si insinuavano ovunque, anche nei meandri della mente appesantita dai pensieri foschi.
Era giunta verso mezzogiorno in quella campagna, il sole alto nel cielo l’aveva richiamata e Rosy aveva abbandonato il suo ufficio in pieno centro cittadino: il cemento edilizio la stava schiacciando, come tutto il resto… il lavoro poteva attendere, era il suo lavoro da professionista e non doveva spiegazioni a nessuno.
Scese dalla macchina si guardò intorno e si illuminò: “Ci sono le prime foglioline che fanno capolino… belle! Voi mi stavate aspettando, volevate che io vi vedessi, che venissi qui ad accarezzarvi per darvi la carica a divenire grandi e forti per combattere le forze del male”.
Parlava a voce alta Rosy: non c’era nessuno. Ma la sua esternazione era frutto del cocente dolore che non l’abbandonava; erano trascorsi nove mesi, quanto una gestazione, e lei viveva ancora con quella piaga nel cuore che la dilaniava e non le dava pace.
“Amore, oggi mi fermo tutto il giorno in ufficio, c’è il consiglio d’amministrazione!” annunciò Rosy al suo uomo. “Spero di essere qui per cena, almeno passiamo la serata assieme”.
“Dolce fragolina, va tranquilla!” cantilenò Armando. “Ti raccomando di dar da mangiare alla bambina, lei anche se non ha voce, reclama cibo chiusa nella tua casetta”.
“Lo sai che non potrei dimenticarmene, da quando sono incinta ho una fame da lupo.” rispose Rosy con gioia, e poi abbracciandolo gli sussurrò: “Ti amo, sei tutta la mia vita, a stasera!”
Uscì di casa felice: non le mancava nulla. Aveva un lavoro di prestigio e dopo sette anni di matrimonio amava Armando come il primo giorno. Era proprio un marito adorabile e finalmente sarebbero stati una famiglia completa: la piccola Eva, attesa a lungo, stava per nascere e tutto andava per il meglio, la gravidanza era perfetta.
Il consiglio d’amministrazione slittò al giorno dopo e Rosy volle fare una sorpresa ad Armando. Aprì la porta di casa, era in anticipo, avrebbe preparato un pranzetto con i fiocchi e poi apparecchiato la tavola di tutto punto. Entrò in cucina e vide due calici nel vassoio d’argento, uno dei due flute era sporco al bordo di rossetto. Si guardò intorno stranita: non comprendeva, allora si aggirò per la casa, come per dare una risposta a se stessa, quando udì delle voci sommesse provenire dallo studio. Si affacciò e li vide… suo marito ed una rossa dalla pelle bianca come la luna. Essi erano nudi sul tappeto persiano, dono di nozze dei nonni. Rosy si risvegliò in un letto d’ospedale che lasciò da sola: scomparvero in un sol colpo suo marito, che allontanò per sempre, ed Eva che non vide mai la luce.
Il lavoro l’assorbì, ma non le dette la pace, la sua mente era ferma a quel giorno maledetto e a quel porco d’uomo che le aveva strappato la gioia di divenire mamma, ed era per questo che ogni cosa nascente per lei… era una creatura da rispettare e proteggere.
Tornò spesso in quella campagna per seguirne gli sviluppi e notò una mattina un viandante sporco che aveva visto anche il giorno precedente. Si incuriosì e lo spiò per non farsi notare, non voleva dare spiegazioni; fuori dal suo ufficio, dove non doveva comportarsi in un certo modo, le piaceva stare con se stessa, le piaceva essere lasciata tranquilla. S’accorse che il pellegrino era seduto al fresco della quercia e con lo sguardo perso nel vuoto bisbigliava parole a fior di labbra.
‘Anche io lo faccio,’ pensò ‘siamo uguali… forse soffre profondamente quanto me?’
Rosy uscì dal suo nascondiglio e mostrandosi, pacatamente parlò allo sconosciuto:
“Buongiorno, vuole dell’acqua fresca? Ho una bottiglia in auto nel vano frigo.”
Il viandante misterioso la guardò incuriosito, ma con mestizia ed abbassando gli occhi, mentre tracciava con una canna strani ghirigori nella terra, mormorò:
“Yo no hablo tu idioma.”
“Ho capito, vieni dalla Spagna; va tutto bene, io ho studiato la tua lingua.”
Seppe poi che si chiamava Francisco e che aveva attraversato buona parte della penisola iberica e mezza Italia a piedi: era in viaggio da… non sapeva dire quanto e non voleva tornare nella sua patria. Il suo parlato era stentato e smozzicato, come se la mente avesse subito uno choc e stava lentamente riprendendosi. Rosy comprese tutto ciò, in quel momento smise di pensare a se stessa e sentì che doveva dare una mano al pellegrino per farlo riappropriare della sua vita che sicuramente era degna d’essere vissuta. Gli propose una colazione a casa sua, solo per farlo rifocillare – gli disse – e poi avrebbe proseguito il suo cammino a piedi; egli acconsentì, forse… non ne aveva più le forze. Giunti a casa, Rosy indicò a Francisco il bagno, lo fece con molto tatto e scaltrezza, augurandosi che… si ripulisse da tutta la polvere che aveva accumulato sul suo corpo e potesse dare così, anche una sferzata alla sua anima.
Sentì lo scrosciare dell’acqua: ‘Ce l’ho fatta, spero che indossi anche la roba pulita che apparteneva a quel verme di mio marito, spero che la noti sullo sgabello!’ pensò Rosy compiaciuta.
Si sentì euforica, come non le accadeva da tempo, allora apparecchiò velocemente la tavola, aveva in frigo degli affettati, dei formaggi e anche dell’insalata verde, stappò poi una bottiglia di Sangiovese e predispose nel cestino il pane casereccio. ‘Non manca nulla,’ si soffermò a pensare.
Lui comparve in sala e… un’altra persona, un fior di uomo, un moro con degli occhi profondi scuri e ciglia lunghe che si piegavano all’insù donandogli un’aria molto, molto sexy.
“Non so neanche come hai fatto a convincermi.” biascicò in un italiano stentato. “Quando sono entrato nel tuo bagno, guardandomi allo specchio non mi riconoscevo più, poi mi sono rivisto dopo la doccia ed ho compreso che non vale la pena sprecare la propria vita per chi non la merita.”
“Lascia perdere, siamo in due a dover dare merito a quest’esistenza che ci appartiene. Vieni a tavola affoghiamo le nostre pene in questo profumato vino e saziamoci con quello che c’è. Conosci anche l’italiano, molto bene… meno fatica per me!”
Francisco, mentre era a tavola, lentamente recuperò quei ricordi che aveva allontanato come fastidiosi e distruttivi; la sua memoria in un flashback tornò al pomeriggio in cui le sue certezze caddero miseramente.
“Consuelo, porquè? No te gusta mas!”
“Lascia perdere, parla con la tua lingua, io ti comprendo e tu lo sai.”
“Bellissima morettina, ho rispettato i patti, tuo marito è capo del personale, in poco tempo una bella carriera, lui non lo sa, ma lo deve a te.”
“Certo, certo, ma ora voglio di più non mi basta quello che guadagna; devo sostituire l’auto con una più degna di me e poi dobbiamo arredare la casa con mobili d’epoca, ricercati, un comò stile Luigi XV è da sempre nei miei sogni.”
“Se vuoi… si può fare un incontro speciale. Tu non rischi nulla, nessuno vedrà il tuo bel faccino, porterai la maschera anche questa volta.”
“Sei un sudicio, un maiale che però onora gli impegni. Ricordi quando sono venuta a perorare la causa di mio marito, semplice impiegato della tua azienda. Tu ti sei alzato e dopo avermi ascoltato, molto spudoratamente mi hai detto che la carriera ci sarebbe stata se ti davo in cambio una raffinatezza, un’estasi particolare, l’hai detto così, senza mezzi termini.”
“Già, ci siamo intesi subito. Tu sei andata alla porta, hai dato una sola mandata e ti sei fatta prendere qui sulla mia scrivania… che temperamento, che donna sei Consuelo!”
Francisco cominciò ad ansimare quei ricordi gli toglievano il respiro. Sua moglie, la cara dolce ragazza che lui credeva onesta, limpida come le acque della sorgente, era invece una puttana d’alto bordo che mercificava il suo corpo per vivere nell’agiatezza, e lo faceva passando da lui… ignaro. Lui che credeva di progredire nel lavoro per i suoi meriti finalmente considerati.
Rosy notò il suo pallore ed udì il fiatone: “Che ti succede, fai uso di bomboletta per l’allergia? Se vuoi ho l’inalatore, anch’io ho questo problema!”
“Grazie, non è come pensi, semplicemente ho ricordato… è solo un fenomeno nervoso.”
“Sta tranquillo Francisco, se vorrai mi racconterai la tua storia, altrimenti va bene lo stesso. Poi ti narrerò la mia, credo che molte cose ci accomunano. Io ero in quella campagna per seguire la rinascita della natura, nascita a me strappata e tu invece eri li dopo aver vagabondato per chissà quale atrocità subita. Siamo due derelitti che la vita ha messo sulla stessa strada.”







1. Adri, Sabato 26 Luglio 2008 ore 17:26
Ancora una volta, Annamaria ci propone un racconto emozionante e carico di sentimento. Bello! Complimenti: mi è davvero piaciuto!
2. Annamaria, Domenica 27 Luglio 2008 ore 18:20
Troppo buona, cara Adri.
Grazie per i complimenti.
3. Maria, Lunedì 4 Agosto 2008 ore 10:33
Anche a me è piaciuto tanto. Interessanti le due storie personali che si incontrano e realistico il taglio psicologico della vicenda: capita non di rado di intendersi con qualcuno di estraneo alla nostra vita più che con chi ci sta vicino, in virtù di sofferenze o emozioni forti in comune. Brava Annamaria!
4. Annamaria, Martedì 5 Agosto 2008 ore 18:11
Ti ringrazio Maria per gli apprezzamenti e per aver trovato interessanti le due storie, un caro saluto Annamaria.