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Set 08 5

Come una Y...

Pubblicato da Camilla Cannarsa alle 10:21 in Il racconto del venerdì


..si trasforma in un racconto.

Y è di Francesco Caruso. camillacannarsa[at]blogosfere . it è invece l'indirizzo di posta elettronica a cui mandare scritti e raccontini.

 

Y

 

1 Non credeva sarebbe stato così facile, così naturale. Si sporse un attimo dal parapetto e guardò giù in  strada: che buffo, macchine e persone sembravano lontanissime, piccoli puntini neri in movimento. Pensò che buttarsi da lì sarebbe stato come cercare di saltare dentro un formicaio. Una cosa assurda, una trovata da cartone animato. Poteva farlo, allora. Se stava dentro un cartone animato, non si poteva far male davvero. Così si predispose al volo con l'animo leggero di chi sta per affrontare un lancio col parapendio. Magari sarebbe spuntato all'improvviso un paracadute. Oppure, sarebbe semplicemente atterrato nel bel mezzo del traffico, tra l'incredulità dei passanti e degli automobilisti, costretti a schivarlo con frenate e serpentine. Come in una pubblicità. O in un film di Buster Keaton. Al massimo si poteva beccare una multa per intralcio alla circolazione e qualche ammaccatura. Ma si, sai le pacche ed i complimenti, dopo. Sarebbe finito sui giornali, in prima pagina: bancario si butta dal 30° piano di un grattacielo e poi va tranquillo al bar a prendere un caffè. Aveva un'alternativa? No, non l'aveva.  Erano vent'anni che ci pensava...Vent'anni passati a rimuginare sempre la stessa cosa, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, tra un'operazione allo sportello e una lite col direttore. Ci si alzava al mattino e ci si coricava la sera: sempre lo stesso pensiero, sempre le stesse immagini impresse nella mente. Sempre la stessa soluzione per la fine dei suo tormenti.

Non si rese neppure conto di essersi già lanciato. Restò lucido fino all'ultimo. Prima dell'impatto, sul selciato ormai prossimo gli apparve il disegno di un' enorme ipsilon rossa.

Ma ora quella orrenda lettera non poteva più fargli del male: era libero ormai. Sorrise.

 

 2. Y, ventesima lettera dell'alfabeto greco. Simboleggia la biforcazione, la duplicità, la dicotomia. Dal greco hy psilon, y semplice. Semplice come il motivo per cui aveva ammazzato. Rise pensando alla caterva di congetture che  giornalisti e poliziotti avevano sfornato all'epoca per cercare di dare un volto ed una giustificazione logica a quella esplosione di bestialità. Niente,non approdavano mai a niente. E quando credevano di aver individuato una traccia, uno scopo, un disegno, c'era sempre un tassello del puzzle che non s' incasellava a dovere. Si era divertita come un matta a quei tempi. Aveva dimostrato a se stessa di saper saltare il fossato anche senza aver avuto infanzie infelici, madri snaturate, ambienti malsani. Senza  covare da anni odi e rancori contro la società,le istituzioni, gli esseri umani. O meglio, covandone uno solo, ma grande,sconfinato:sua cugina

Sua cugina aveva avuto tutto dalla vita: matrimonio, prole,solidità economica. Lei niente. Non era giusto. La bella casetta, i bei bambini, la bella macchina, le vacanze in agosto. E lei, invece, a rinsecchire piano piano, giorno dopo giorno, in quell'insulso villaggio del Tavoliere. A spegnersi lentamente come una candela di sego. Senza un lavoro, senza una famiglia, badando tutti i giorni ad una madre arteriosclerotica.

All'inizio, dell'omicidio avevano incolpato il marito. Passò pure qualche giorno in gattabuia, quel povero cretino. Poi lo scarcerarono, perché gli indizi erano veramente labili. Da allora cominciarono a brancolare nel buio. Li faceva impazzire soprattutto la grande Y scritta col sangue della vittima che avevano trovato disegnata sul muro  del salotto, sopra la riproduzione di Matisse. Parlarono di serial killer, sette sataniche, messe nere ed altre cavolate. Invece era tutto molto più semplice: il delitto che nasce dall'assoluta normalità. Perché il male è una cosa semplice. Come una lettera dell'alfabeto. 

La notizia del suicidio dell'imbecille l'aveva appresa quella mattina dal notiziario televisivo, appena alzata. Vent'anni: ce ne aveva messo di tempo per mettere fine alla sua vita inutile.

Povero Corrado, quasi provava pena per lui. Sorrise.

 

 3. Era tutta la notte che ci pensava. L'avevano frettolosamente classificato come un suicidio da rimorso. Ammazza      la moglie a coltellate e dopo vent'anni, non potendo più convivere col fardello insostenibile di quella nefandezza, si butta da un grattacielo nel centro di Milano.

No, c'era qualcosa che non quadrava. Aveva provato a muovere qualche obiezione a quella ricostruzione di comodo, ma era stato zittito subito. Funzionario addetto alla Sezione Anticrimine, un Vice Commissario fresco di nomina e di sede. L'ultima ruota della carrozza. Come si permetteva di mettere in dubbio le ipotesi dei superiori ? Che stesse in campana, il ragazzo: bastava anche meno per spedire qualcuno in Sardegna, o peggio.

Ciò malgrado, quella mattina si fece portare ugualmente il fascicolo dell' omicidio di Limone, approfittando dell'amicizia con la responsabile dell'archivio. Pensò che doveva decidersi prima o poi ad invitarla a cena.

Dette una scorsa veloce all'incartamento, fotocopiò i documenti più importanti e restituì tutto all'amica. Passò il  pomeriggio a leggere quelle carte e si convinse sempre di più che Corrado Morelli con quelle dodici pugnalate non c'entrava nulla. Come, d'altronde, aveva già accertato la Procura vent'anni prima. Perché si era ucciso,allora? La risposta,forse,stava nei suoi effetti personali. Magari c'era una lettera, un oggetto, un qualcosa che poteva fornire una indicazione. Telefonò alla Medicina Legale, ma gli dissero che dentro le tasche del morto avevano trovato soltanto pochi euro, la patente  ed un biglietto ferroviario di sola andata per Milano. Alle cinque dovette interrompere per recarsi ad una riunione indetta dal Capo di Gabinetto.

 

 4 Il treno per Brescia partì puntuale alle 7,30 del mattino . Un'ora dopo si trovava già sulla corriera per Limone,dopo aver avvisato la segreteria che per quel giorno non si sarebbe presentato in ufficio. Anche questo non sarebbe piaciuto al dott. Torrente, il suo dirigente, ma di lì all'indomani avrebbe escogitato una scusa plausibile da spiattellargli.  

La casa dei Morelli era fuori dal centro cittadino, in una zona isolata a due passi dalla riva del lago. Se la fece indicare da un vigile, col pretesto di dover effettuare un sopralluogo disposto dalla Procura. Il pizzardone restò un po' perplesso, guardando quel funzionario di Polizia che si presentava da solo, senza macchina di servizio e senza personale al seguito. Ma il tesserino parlava chiaro: dr. Alfredo Veneziani, Vice Commissario della Polizia di Stato.

La vista era incantevole. Rimase per un po' ad ammirare il panorama, con i riflessi policromi del sole di ottobre sulla superficie del lago, le barche al largo, lo sciabordio dell'acqua sulla riva sottostante. Si ripromise di tornare presto da quelle parti, magari insieme a Luisa.

Trovò il cancello d'ingresso aperto e dentro il cortile  una donna anziana che dava da mangiare ad un pastore tedesco.  La signora era una vicina che si occupava della proprietà nei periodi di assenza del Morelli. Corrado Morelli in genere si assentava per motivi di lavoro: la direzione della banca ultimamente  lo mandava spesso in giro per l'Italia, anche per due settimane di seguito. La signora Rosa, vedova e con 3 figli sposati e lontani, si prendeva allora cura della villetta, del giardino e del cane.

La signora fu estremamente gentile, anche se non fece mistero di considerare alquanto strana quella visita. Morelli l'aveva visto tre giorni prima, alla vigilia del suo viaggio a Milano. Non sembrava particolarmente turbato. D'altronde, era un tipo di poche parole. Scambiava con lei sì e no pochi e frettolosi convenevoli. No, non c'erano donne nella sua vita. A sentire le malelingue, qualche anno prima c'era stata soltanto una affettuosa amicizia con una giovane impiegata della banca,  ma poi era finito tutto. Tra l'altro, non si poteva definire certo un bell'uomo, poveretto. Sicuro che poteva visitare la casa. No, non aveva notato niente di strano all'interno. Morelli a Limone conduceva una vita molto ritirata: al lavoro fino a tardi e poi a casa. Spesso lei gli preparava la cena e gliela lasciava sul tavolo della cucina. I figli, ormai grandi, vivevano da tempo per conto loro.

Dopo la tragedia, aveva chiuso la stanza da letto, al piano superiore, lasciando intatte le cose della moglie. Probabilmente non c'entrava mai. Soltanto una volta al mese consentiva ad una donna delle pulizie di Desenzano  di aprire quella stanza per spolverarla. Per il resto, viveva tra cucina e salotto.

 

5 La casa all'interno era linda ma povera di oggetti e mobilio. Ispezionò tutto il pian terreno, senza notare nulla di anormale: pile di riviste in soggiorno, vicino al mobile del televisore, una serie di cassette di film francesi degli anni sessanta, una piccola collezione di ceramiche di Faenza, pochi libri, per la maggior parte di economia e tecnica bancaria. Non vide traccia di computer o altre diavolerie tecnologiche. Dentro i tiretti dello scrittoio trovò soltanto bollette pagate,estratti conto,  registri  e carta da lettere. Stava cominciando a scoraggiarsi. Forse il piano superiore avrebbe rivelato cose più interessanti.

A questo punto, però, ci fu da superare la palese ostilità della signora Rosa, decisa a non permettere che si violasse la consegna del defunto. Disse che doveva avvisare prima i figli e che,comunque, per quello che stava facendo il Commissario avrebbe dovuto munirsi di un mandato. Lei queste cose le sapeva, aveva un nipote ufficiale della Guardia di Finanza.

Rabbonirla fu un'impresa. Dovette esibire tutto il fascino fanciullesco che esercitava sulle signore anziane. Con la nonna funzionava sempre. Funzionò anche con la signora Rosa.

 

6 La stanza da letto, contrariamente a quanto affermato dalla vedova, mostrava segni di presenze di fresca data. Lo intuì  dal fatto che gli oggetti sembravano aver subito spostamenti recenti. Frugò nei cassetti del canterano, stando attento a non urtare la suscettibilità della signora Rosa, ritta  e vigile appena fuori dalla porta come una sentinella del palazzo reale. Non c'era altro che biancheria appartenente alla povera moglie del Morelli. Anche gli armadi contenevano solo capi d'abbigliamento della morta, chiusi dentro buste di plastica sigillate. Ne palpò qualcuna per vedere se  racchiudevano degli oggetti nelle loro tasche. Nulla di nulla.

Ad un certo punto, si disse che non poteva passare al setaccio tutta la casa. Già stava facendo qualcosa che poteva procurargli un mare di guai. Meglio evitare di complicare ulteriormente la faccenda.

Prima di mollare tutto e tornare sui suoi passi, domandò alla signora se c'erano album di foto, lettere o altri ricordi di famiglia. Rispose che esistevano pochissime foto dei Morelli, a parte quelle del matrimonio  e quelle scattate ai figli, poche anch'esse rispetto alle usanze  di altre famiglie.

Però, a pensarci bene, una volta che si trovava lì di passaggio aveva visto la ragazza delle pulizie salire al primo piano con in mano una di quelle buste di carta che danno nei negozi di fotografia.

La ragazza si chiamava Antonella Raccardi e viveva in una frazione di Desenzano.

Non fu difficile rintracciarla, il suo numero di cellulare stava scritto bene in vista su un foglietto appeso in cucina, accanto al frigorifero. La giovane ricordava a malapena quell'episodio, perché risaliva a circa 4 anni addietro,agli inizi del suo incarico a casa Morelli. Era certa, però, di aver conservato la busta nella stanza da letto. Per l'esattezza, dentro una delle borsette della signora, come le aveva ordinato il sig. Morelli

Erano tutte foto giovanili di Emilia Morelli. Stavano dentro una borsa a tracolla di tela, una di quelle borse estive tanto di moda anni prima. Foto di gruppo con  i compagni delle scuole superiori, foto che la ritraevano adolescente accanto ai genitori, foto scattate in palestra, insieme alle ragazze di una squadra di pallavolo. C'erano poi foto risalenti al periodo in cui, evidentemente, la Morelli aveva frequentato una scuola di danza. La si vedeva tredicenne mentre eseguiva sorridente alcuni esercizi alla sbarra in tutu e scarpini.

Tra queste ce n'era anche una visibilmente gualcita, come se qualcuno l'avesse stretta tra le mani con forza. Ritraeva  due giovanissime ballerine che eseguivano una figura tipica della danza classica: le gambe unite, quasi a formare un corpo unico, le ragazze si allontanavano poi l'una dall'altra  all'altezza del bacino, stendendo in alto una il braccio sinistro, l'altra il destro, in modo da creare l'effetto scenico di un fiore che sboccia.

O di una ipsilon.

 

 6" Emilia Santovito in Morelli non è mai morta"

Nella sala delle conferenze, affollata fino all'inverosimile di fotografi e giornalisti, il Questore stava iniziando a raccontare i retroscena  del delitto di Limone sul Garda. A modo suo, ovviamente. Tronfio e soddisfatto, impeccabile nel doppiopetto grigio scuro, si godeva il suo minuto di celebrità dopo anni di anonimato. Accanto a lui, il Questore di Brescia sembrava l'ospite mal tollerato della cena aziendale, quello invitato all'ultimo momento perché non se ne poteva proprio farne a meno.

"Emilia Morelli ha progettato e messo in atto un piano ingegnoso e folle allo stesso tempo. Per vent'anni le è andata bene. La signora aveva una lontana cugina, Angela Lo Monaco, a lei somigliantissima, tanto che molti le scambiavano per sorelle gemelle..."

Il resto Veneziani lo sapeva già. Facendosi strada nella calca, guadagnò l'uscita e si diresse verso il bar. Si sentiva stanchissimo.

Un delitto efferato figlio dell' insania e della noia di una casalinga piccolo borghese, capace di attirare con una scusa dalla Puglia una parente sconosciuta a tutti, acconciarle i capelli  e farle indossare un suo abito  per poi ucciderla e sostituirsi a lei in attesa che l'amante, un agente di borsa milanese, le comunicasse la realizzazione di quella speculazione miliardaria che avrebbe cambiato per sempre la loro vita. Purtroppo per lei, però, poco dopo l'omicidio l'amante perì in un incidente, lasciandola prigioniera di una vita ben peggiore della precedente e di una identità che non era la sua.

Morelli la verità la intuì solo il giorno in cui, rovistando tra gli effetti della moglie, si soffermò ad esaminare quella vecchia foto. Il cadavere che aveva riconosciuto all'obitorio non recava cicatrici sul corpo, mentre la moglie ne aveva una, sottile,  sul collo provocatale da una caduta dalla bicicletta, quand'era bambina.

Nella disperazione del momento non ci aveva fatto caso.

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Commenti

1. Annamaria, Sabato 6 Settembre 2008 ore 13:34

Un racconto appassionante, diverso dal comune. Molto ben scritto, fluido ed accattivante, la storia del genere poliziesco è assolutamente interessante. Complimenti Francesco: mi hai tenuta legata sino alla fine! Non è facile descrivere una vicenda dal contenuto breve, delineando tutte le situazioni.

p.s. (scusa Francesco, approfitto di questo spazio per inviare un messaggio a tutti i lettori di "Promesse d'autore". Dove siete? Dove sono coloro che commentavano e coloro che hanno visto con gioia i loro racconti pubblicati? Perchè disertate? Grazie) 

2. Francesco, Domenica 7 Settembre 2008 ore 13:15

Grazie, Annamaria. Ci tengo molto ai giudizi dei lettori di promessedautore. Quindi mi fa davvero molto piacere che ti sia piaciuto (perdona il bisticcio :-) ) Un saluto

3. Davide, Mercoledì 10 Settembre 2008 ore 12:32

Bello si si, è piacito anche a me!

Bravo Francesco :)

Per Annamaria, forse sono tutti ancora in ferie :)

Torneranno, torneranno...

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