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Categoria: « Hi-Tech per leggerli | Il racconto del venerdì | L'intervista »
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Ott 0924

Racconto sulla puntalità

Pubblicato da Eleonora Gandini alle 10:00 in Il racconto del venerdì


Io sono una persona estremamente puntuale: odio aspettare e farmi aspettare. Ho litigato con alcuni amici per ritardi ad appuntamenti, fin quasi a mettere a repentaglio l'amicizia. Non vi dico quanto ho sorriso leggendo il breve racconto che mi ha inviato Sergio Scopetta via email qualche giorno fa. E sono felice che abbia deciso di permettermi di pubblicarlo su Promesse d'Autore per poterlo condividere con voi. Godetevelo! (e non siate polemici nei commenti :P)

Se volete vedere anche voi il vostro racconto pubblicato, potete inviarmi una mail: eleonoragandiniatblogosfere.it.

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Set 0826

Sempre avanti con Conchita Tironi

Pubblicato da Camilla Cannarsa alle 13:16 in Il racconto del venerdì


Conchita Tironi ha inviato un racconto per far riflettere. Vediamo se funziona ;)

 

Sempre Avanti

 

Vado avanti così: freneticamente. Senza avere mai il tempo di fermarmi un po' a riflettere, a ragionare, a leggere. Se l'avessi, il tempo, forse non mi fermerei ugualmente, per paura di trovarmi sola con me stessa.

 

Lavoro, mangio, dormo, mi sposto continuamente da un luogo all'altro, nel traffico caotico, respirando smog velenoso che distrugge l'atmosfera, sempre in lotta con il tempo che mi sfugge di mano come sabbia fra le dita.

Mostro agli altri un viso che non è il mio, ma una maschera che nasconde la mia vera identità.

 

Accontento, in tutto e per tutto, i miei figli nati in provetta, per compensare il tempo e le attenzioni che non dedico loro e contribuendo così a formare la società del domani, fatta di smidollati ignoranti e maleducati come molti giovani che circolano oggigiorno per le strade o nelle scuole.

Cerco in altri l'amore vero che non ho trovato tra le mura domestiche, tormentandomi tra rimorsi e rimpianti.

 

Mi alieno davanti al computer per ore, soggiogata da ricerche infinite, immagini, notizie, curiosità. Chatto con estranei, ma sono incapace di instaurare rapporti interpersonali non virtuali o d'avere amici con cui condividere emozioni, sentimenti, avventure. Forse perché negli altri riesco a vedere solamente il sospetto, la  sfiducia, l'ipocrisia.

L'alcool mi consuma, mi annebbia la vista e i sensi dandomi l'impressione di farmi uscire da quel tunnel in cui vivo ed in cui sono entrata di mia spontanea volontà.

 

Con la droga mi perdo in un falso mondo fatto d'illusioni e d'allucinazioni, anticamere della morte.

Dentro di me alberga, sopita, la violenza, pronta ad esplodere incontrollabile contro chi si azzarda ad intralciarmi la strada; anche nello sport, che dovrebbe essere un momento da vivere in serenità ed amicizia.

In che direzione mi muovo? Dove vado?

 

Vado decisa verso i miglioramenti tecnologici, verso l'evoluzione della ricerca che spera di salvarmi dalla morte, verso il futuro o, forse, verso l'autodistruzione. Procedo così, senza ripensamenti.

So bene di lasciarmi dietro i valori più importanti, le virtù, l'educazione, la misericordia per il prossimo, l'amore, la pace.

Vedo che si allontanano velocemente: fra poco non li potrò più ritrovare....ma non mi fermo. Qualcuno mi salvi.

Sono l'Umanità.

 

Set 08 5

Come una Y...

Pubblicato da Camilla Cannarsa alle 10:21 in Il racconto del venerdì


..si trasforma in un racconto.

Y è di Francesco Caruso. camillacannarsa[at]blogosfere . it è invece l'indirizzo di posta elettronica a cui mandare scritti e raccontini.

 

Y

 

1 Non credeva sarebbe stato così facile, così naturale. Si sporse un attimo dal parapetto e guardò giù in  strada: che buffo, macchine e persone sembravano lontanissime, piccoli puntini neri in movimento. Pensò che buttarsi da lì sarebbe stato come cercare di saltare dentro un formicaio. Una cosa assurda, una trovata da cartone animato. Poteva farlo, allora. Se stava dentro un cartone animato, non si poteva far male davvero. Così si predispose al volo con l'animo leggero di chi sta per affrontare un lancio col parapendio. Magari sarebbe spuntato all'improvviso un paracadute. Oppure, sarebbe semplicemente atterrato nel bel mezzo del traffico, tra l'incredulità dei passanti e degli automobilisti, costretti a schivarlo con frenate e serpentine. Come in una pubblicità. O in un film di Buster Keaton. Al massimo si poteva beccare una multa per intralcio alla circolazione e qualche ammaccatura. Ma si, sai le pacche ed i complimenti, dopo. Sarebbe finito sui giornali, in prima pagina: bancario si butta dal 30° piano di un grattacielo e poi va tranquillo al bar a prendere un caffè. Aveva un'alternativa? No, non l'aveva.  Erano vent'anni che ci pensava...Vent'anni passati a rimuginare sempre la stessa cosa, giorno dopo giorno, attimo dopo attimo, tra un'operazione allo sportello e una lite col direttore. Ci si alzava al mattino e ci si coricava la sera: sempre lo stesso pensiero, sempre le stesse immagini impresse nella mente. Sempre la stessa soluzione per la fine dei suo tormenti.

Non si rese neppure conto di essersi già lanciato. Restò lucido fino all'ultimo. Prima dell'impatto, sul selciato ormai prossimo gli apparve il disegno di un' enorme ipsilon rossa.

Ma ora quella orrenda lettera non poteva più fargli del male: era libero ormai. Sorrise.

 

 2. Y, ventesima lettera dell'alfabeto greco. Simboleggia la biforcazione, la duplicità, la dicotomia. Dal greco hy psilon, y semplice. Semplice come il motivo per cui aveva ammazzato. Rise pensando alla caterva di congetture che  giornalisti e poliziotti avevano sfornato all'epoca per cercare di dare un volto ed una giustificazione logica a quella esplosione di bestialità. Niente,non approdavano mai a niente. E quando credevano di aver individuato una traccia, uno scopo, un disegno, c'era sempre un tassello del puzzle che non s' incasellava a dovere. Si era divertita come un matta a quei tempi. Aveva dimostrato a se stessa di saper saltare il fossato anche senza aver avuto infanzie infelici, madri snaturate, ambienti malsani. Senza  covare da anni odi e rancori contro la società,le istituzioni, gli esseri umani. O meglio, covandone uno solo, ma grande,sconfinato:sua cugina

Sua cugina aveva avuto tutto dalla vita: matrimonio, prole,solidità economica. Lei niente. Non era giusto. La bella casetta, i bei bambini, la bella macchina, le vacanze in agosto. E lei, invece, a rinsecchire piano piano, giorno dopo giorno, in quell'insulso villaggio del Tavoliere. A spegnersi lentamente come una candela di sego. Senza un lavoro, senza una famiglia, badando tutti i giorni ad una madre arteriosclerotica.

All'inizio, dell'omicidio avevano incolpato il marito. Passò pure qualche giorno in gattabuia, quel povero cretino. Poi lo scarcerarono, perché gli indizi erano veramente labili. Da allora cominciarono a brancolare nel buio. Li faceva impazzire soprattutto la grande Y scritta col sangue della vittima che avevano trovato disegnata sul muro  del salotto, sopra la riproduzione di Matisse. Parlarono di serial killer, sette sataniche, messe nere ed altre cavolate. Invece era tutto molto più semplice: il delitto che nasce dall'assoluta normalità. Perché il male è una cosa semplice. Come una lettera dell'alfabeto. 

La notizia del suicidio dell'imbecille l'aveva appresa quella mattina dal notiziario televisivo, appena alzata. Vent'anni: ce ne aveva messo di tempo per mettere fine alla sua vita inutile.

Povero Corrado, quasi provava pena per lui. Sorrise.

 

 3. Era tutta la notte che ci pensava. L'avevano frettolosamente classificato come un suicidio da rimorso. Ammazza      la moglie a coltellate e dopo vent'anni, non potendo più convivere col fardello insostenibile di quella nefandezza, si butta da un grattacielo nel centro di Milano.

No, c'era qualcosa che non quadrava. Aveva provato a muovere qualche obiezione a quella ricostruzione di comodo, ma era stato zittito subito. Funzionario addetto alla Sezione Anticrimine, un Vice Commissario fresco di nomina e di sede. L'ultima ruota della carrozza. Come si permetteva di mettere in dubbio le ipotesi dei superiori ? Che stesse in campana, il ragazzo: bastava anche meno per spedire qualcuno in Sardegna, o peggio.

Ciò malgrado, quella mattina si fece portare ugualmente il fascicolo dell' omicidio di Limone, approfittando dell'amicizia con la responsabile dell'archivio. Pensò che doveva decidersi prima o poi ad invitarla a cena.

Dette una scorsa veloce all'incartamento, fotocopiò i documenti più importanti e restituì tutto all'amica. Passò il  pomeriggio a leggere quelle carte e si convinse sempre di più che Corrado Morelli con quelle dodici pugnalate non c'entrava nulla. Come, d'altronde, aveva già accertato la Procura vent'anni prima. Perché si era ucciso,allora? La risposta,forse,stava nei suoi effetti personali. Magari c'era una lettera, un oggetto, un qualcosa che poteva fornire una indicazione. Telefonò alla Medicina Legale, ma gli dissero che dentro le tasche del morto avevano trovato soltanto pochi euro, la patente  ed un biglietto ferroviario di sola andata per Milano. Alle cinque dovette interrompere per recarsi ad una riunione indetta dal Capo di Gabinetto.

 

 4 Il treno per Brescia partì puntuale alle 7,30 del mattino . Un'ora dopo si trovava già sulla corriera per Limone,dopo aver avvisato la segreteria che per quel giorno non si sarebbe presentato in ufficio. Anche questo non sarebbe piaciuto al dott. Torrente, il suo dirigente, ma di lì all'indomani avrebbe escogitato una scusa plausibile da spiattellargli.  

La casa dei Morelli era fuori dal centro cittadino, in una zona isolata a due passi dalla riva del lago. Se la fece indicare da un vigile, col pretesto di dover effettuare un sopralluogo disposto dalla Procura. Il pizzardone restò un po' perplesso, guardando quel funzionario di Polizia che si presentava da solo, senza macchina di servizio e senza personale al seguito. Ma il tesserino parlava chiaro: dr. Alfredo Veneziani, Vice Commissario della Polizia di Stato.

La vista era incantevole. Rimase per un po' ad ammirare il panorama, con i riflessi policromi del sole di ottobre sulla superficie del lago, le barche al largo, lo sciabordio dell'acqua sulla riva sottostante. Si ripromise di tornare presto da quelle parti, magari insieme a Luisa.

Trovò il cancello d'ingresso aperto e dentro il cortile  una donna anziana che dava da mangiare ad un pastore tedesco.  La signora era una vicina che si occupava della proprietà nei periodi di assenza del Morelli. Corrado Morelli in genere si assentava per motivi di lavoro: la direzione della banca ultimamente  lo mandava spesso in giro per l'Italia, anche per due settimane di seguito. La signora Rosa, vedova e con 3 figli sposati e lontani, si prendeva allora cura della villetta, del giardino e del cane.

La signora fu estremamente gentile, anche se non fece mistero di considerare alquanto strana quella visita. Morelli l'aveva visto tre giorni prima, alla vigilia del suo viaggio a Milano. Non sembrava particolarmente turbato. D'altronde, era un tipo di poche parole. Scambiava con lei sì e no pochi e frettolosi convenevoli. No, non c'erano donne nella sua vita. A sentire le malelingue, qualche anno prima c'era stata soltanto una affettuosa amicizia con una giovane impiegata della banca,  ma poi era finito tutto. Tra l'altro, non si poteva definire certo un bell'uomo, poveretto. Sicuro che poteva visitare la casa. No, non aveva notato niente di strano all'interno. Morelli a Limone conduceva una vita molto ritirata: al lavoro fino a tardi e poi a casa. Spesso lei gli preparava la cena e gliela lasciava sul tavolo della cucina. I figli, ormai grandi, vivevano da tempo per conto loro.

Dopo la tragedia, aveva chiuso la stanza da letto, al piano superiore, lasciando intatte le cose della moglie. Probabilmente non c'entrava mai. Soltanto una volta al mese consentiva ad una donna delle pulizie di Desenzano  di aprire quella stanza per spolverarla. Per il resto, viveva tra cucina e salotto.

 

5 La casa all'interno era linda ma povera di oggetti e mobilio. Ispezionò tutto il pian terreno, senza notare nulla di anormale: pile di riviste in soggiorno, vicino al mobile del televisore, una serie di cassette di film francesi degli anni sessanta, una piccola collezione di ceramiche di Faenza, pochi libri, per la maggior parte di economia e tecnica bancaria. Non vide traccia di computer o altre diavolerie tecnologiche. Dentro i tiretti dello scrittoio trovò soltanto bollette pagate,estratti conto,  registri  e carta da lettere. Stava cominciando a scoraggiarsi. Forse il piano superiore avrebbe rivelato cose più interessanti.

A questo punto, però, ci fu da superare la palese ostilità della signora Rosa, decisa a non permettere che si violasse la consegna del defunto. Disse che doveva avvisare prima i figli e che,comunque, per quello che stava facendo il Commissario avrebbe dovuto munirsi di un mandato. Lei queste cose le sapeva, aveva un nipote ufficiale della Guardia di Finanza.

Rabbonirla fu un'impresa. Dovette esibire tutto il fascino fanciullesco che esercitava sulle signore anziane. Con la nonna funzionava sempre. Funzionò anche con la signora Rosa.

 

6 La stanza da letto, contrariamente a quanto affermato dalla vedova, mostrava segni di presenze di fresca data. Lo intuì  dal fatto che gli oggetti sembravano aver subito spostamenti recenti. Frugò nei cassetti del canterano, stando attento a non urtare la suscettibilità della signora Rosa, ritta  e vigile appena fuori dalla porta come una sentinella del palazzo reale. Non c'era altro che biancheria appartenente alla povera moglie del Morelli. Anche gli armadi contenevano solo capi d'abbigliamento della morta, chiusi dentro buste di plastica sigillate. Ne palpò qualcuna per vedere se  racchiudevano degli oggetti nelle loro tasche. Nulla di nulla.

Ad un certo punto, si disse che non poteva passare al setaccio tutta la casa. Già stava facendo qualcosa che poteva procurargli un mare di guai. Meglio evitare di complicare ulteriormente la faccenda.

Prima di mollare tutto e tornare sui suoi passi, domandò alla signora se c'erano album di foto, lettere o altri ricordi di famiglia. Rispose che esistevano pochissime foto dei Morelli, a parte quelle del matrimonio  e quelle scattate ai figli, poche anch'esse rispetto alle usanze  di altre famiglie.

Però, a pensarci bene, una volta che si trovava lì di passaggio aveva visto la ragazza delle pulizie salire al primo piano con in mano una di quelle buste di carta che danno nei negozi di fotografia.

La ragazza si chiamava Antonella Raccardi e viveva in una frazione di Desenzano.

Non fu difficile rintracciarla, il suo numero di cellulare stava scritto bene in vista su un foglietto appeso in cucina, accanto al frigorifero. La giovane ricordava a malapena quell'episodio, perché risaliva a circa 4 anni addietro,agli inizi del suo incarico a casa Morelli. Era certa, però, di aver conservato la busta nella stanza da letto. Per l'esattezza, dentro una delle borsette della signora, come le aveva ordinato il sig. Morelli

Erano tutte foto giovanili di Emilia Morelli. Stavano dentro una borsa a tracolla di tela, una di quelle borse estive tanto di moda anni prima. Foto di gruppo con  i compagni delle scuole superiori, foto che la ritraevano adolescente accanto ai genitori, foto scattate in palestra, insieme alle ragazze di una squadra di pallavolo. C'erano poi foto risalenti al periodo in cui, evidentemente, la Morelli aveva frequentato una scuola di danza. La si vedeva tredicenne mentre eseguiva sorridente alcuni esercizi alla sbarra in tutu e scarpini.

Tra queste ce n'era anche una visibilmente gualcita, come se qualcuno l'avesse stretta tra le mani con forza. Ritraeva  due giovanissime ballerine che eseguivano una figura tipica della danza classica: le gambe unite, quasi a formare un corpo unico, le ragazze si allontanavano poi l'una dall'altra  all'altezza del bacino, stendendo in alto una il braccio sinistro, l'altra il destro, in modo da creare l'effetto scenico di un fiore che sboccia.

O di una ipsilon.

 

 6" Emilia Santovito in Morelli non è mai morta"

Nella sala delle conferenze, affollata fino all'inverosimile di fotografi e giornalisti, il Questore stava iniziando a raccontare i retroscena  del delitto di Limone sul Garda. A modo suo, ovviamente. Tronfio e soddisfatto, impeccabile nel doppiopetto grigio scuro, si godeva il suo minuto di celebrità dopo anni di anonimato. Accanto a lui, il Questore di Brescia sembrava l'ospite mal tollerato della cena aziendale, quello invitato all'ultimo momento perché non se ne poteva proprio farne a meno.

"Emilia Morelli ha progettato e messo in atto un piano ingegnoso e folle allo stesso tempo. Per vent'anni le è andata bene. La signora aveva una lontana cugina, Angela Lo Monaco, a lei somigliantissima, tanto che molti le scambiavano per sorelle gemelle..."

Il resto Veneziani lo sapeva già. Facendosi strada nella calca, guadagnò l'uscita e si diresse verso il bar. Si sentiva stanchissimo.

Un delitto efferato figlio dell' insania e della noia di una casalinga piccolo borghese, capace di attirare con una scusa dalla Puglia una parente sconosciuta a tutti, acconciarle i capelli  e farle indossare un suo abito  per poi ucciderla e sostituirsi a lei in attesa che l'amante, un agente di borsa milanese, le comunicasse la realizzazione di quella speculazione miliardaria che avrebbe cambiato per sempre la loro vita. Purtroppo per lei, però, poco dopo l'omicidio l'amante perì in un incidente, lasciandola prigioniera di una vita ben peggiore della precedente e di una identità che non era la sua.

Morelli la verità la intuì solo il giorno in cui, rovistando tra gli effetti della moglie, si soffermò ad esaminare quella vecchia foto. Il cadavere che aveva riconosciuto all'obitorio non recava cicatrici sul corpo, mentre la moglie ne aveva una, sottile,  sul collo provocatale da una caduta dalla bicicletta, quand'era bambina.

Nella disperazione del momento non ci aveva fatto caso.

Lug 0825

Il viandante di Annamaria Tanzella

Pubblicato da Camilla Cannarsa alle 10:18 in Il racconto del venerdì


Anche oggi Il Racconto del venerdì ha qualcosa da farvi leggere: Si chiama Il Viandante, ed è un racconto di Annamaria Tanzella.

Con l'arrivo dell'estate, so già che mi invierete pochissimi racconti. Non smettete di scrivere e, a settembre, inviatene a bizzeffe. L'indirizzo di posta elettronica resta lo stesso: camillacannnarsa[at]blogosfere.it.

Notate qualcosa di strano? Qualche errore particolare?

Buona lettura! 

 

Il Viandante 

 
Come non poteva immedesimarsi nella natura rigogliosa che esplodeva fulgida in quella primavera che aveva tardato ad apparire? Come non poteva ammirare tutte le gemme che facevano capolino e parevano richiamare l’attenzione, in quel contesto prima smorto per via del tempo invernale inclemente che non voleva  andar via? Come non poteva… Rosy bearsi del risveglio della sua campagna romagnola?

Avevano avuto una stagione lunga, fredda e piovosa; giornate sempre uguali pasticciate di grigiore freddo e di umidità pungente, le cui perlacee goccioline si insinuavano ovunque, anche nei meandri della mente appesantita dai pensieri foschi.   


Era giunta verso mezzogiorno in quella campagna, il sole alto nel cielo l’aveva richiamata e Rosy aveva abbandonato il suo ufficio in pieno centro cittadino: il cemento edilizio la stava schiacciando, come tutto il resto… il lavoro poteva attendere, era il suo lavoro da professionista e non doveva spiegazioni a nessuno.

Scese dalla macchina si guardò intorno e si illuminò: “Ci sono le prime foglioline che fanno capolino… belle! Voi mi stavate aspettando, volevate che io vi vedessi, che venissi qui ad accarezzarvi per darvi la carica a divenire grandi e forti per combattere le forze del male”.

 Parlava a voce alta Rosy: non c’era nessuno. Ma la sua esternazione era frutto del cocente dolore che non l’abbandonava; erano trascorsi nove mesi, quanto una gestazione, e lei viveva ancora con quella piaga nel cuore che la dilaniava e non le dava pace.

“Amore, oggi mi fermo tutto il giorno in ufficio, c’è il consiglio d’amministrazione!” annunciò Rosy al suo uomo. “Spero di essere qui per cena, almeno passiamo la serata assieme”.

 

“Dolce fragolina, va tranquilla!” cantilenò Armando. “Ti raccomando di dar da mangiare alla bambina, lei anche se non ha voce, reclama cibo chiusa nella tua casetta”.

“Lo sai che non potrei dimenticarmene, da quando sono incinta ho una fame da lupo.” rispose Rosy con gioia, e poi abbracciandolo gli sussurrò: “Ti amo, sei tutta la mia vita, a stasera!”

Uscì di casa felice: non le mancava nulla. Aveva un lavoro di prestigio e dopo sette anni di matrimonio amava Armando come il primo giorno. Era proprio un marito adorabile e finalmente sarebbero stati una famiglia completa: la piccola Eva, attesa a lungo, stava per nascere e tutto andava per il meglio, la gravidanza era perfetta.

 

Il consiglio d’amministrazione slittò al giorno dopo e Rosy volle fare una sorpresa ad Armando. Aprì la porta di casa, era in anticipo, avrebbe preparato un pranzetto con i fiocchi e poi apparecchiato la tavola di tutto punto. Entrò in cucina e vide due calici nel vassoio d’argento, uno dei due flute era sporco al bordo di rossetto. Si guardò intorno stranita: non comprendeva, allora si aggirò per la casa, come per dare una risposta a se stessa, quando udì delle voci sommesse provenire dallo studio. Si affacciò e li vide… suo marito ed una rossa dalla pelle bianca come la luna. Essi erano nudi sul tappeto persiano, dono di nozze dei nonni. Rosy si risvegliò in un letto d’ospedale che lasciò da sola: scomparvero in un sol colpo suo marito, che allontanò per sempre, ed Eva che non vide mai la luce.

 

Il lavoro l’assorbì, ma non le dette la pace, la sua mente era ferma a quel giorno maledetto e a quel porco d’uomo che le aveva strappato la gioia di divenire mamma, ed era per questo che ogni cosa nascente per lei… era una creatura da rispettare e proteggere.

Tornò spesso in quella campagna per seguirne gli sviluppi e notò una mattina un viandante sporco che aveva visto anche il giorno precedente. Si incuriosì e lo spiò per non farsi notare, non voleva dare spiegazioni; fuori dal suo ufficio, dove non doveva comportarsi in un certo modo, le piaceva stare con se stessa, le piaceva essere lasciata tranquilla. S’accorse che il pellegrino era seduto al fresco della quercia e con lo sguardo perso nel vuoto bisbigliava parole a fior di labbra.

 

‘Anche io lo faccio,’ pensò ‘siamo uguali… forse soffre profondamente quanto me?’

Rosy uscì dal suo nascondiglio e mostrandosi, pacatamente parlò allo sconosciuto:

“Buongiorno, vuole dell’acqua fresca? Ho una bottiglia in auto nel vano frigo.”

Il viandante misterioso la guardò incuriosito, ma con mestizia ed abbassando gli occhi, mentre tracciava con una canna strani ghirigori nella terra, mormorò:

“Yo no hablo tu idioma.”

“Ho capito, vieni dalla Spagna; va tutto bene, io ho studiato la tua lingua.”

Seppe poi che si chiamava Francisco e che aveva attraversato buona parte della penisola iberica e mezza Italia a piedi: era in viaggio da… non sapeva dire quanto e non voleva tornare nella sua patria. Il suo parlato era stentato e smozzicato, come se la mente avesse subito uno choc e stava lentamente riprendendosi. Rosy comprese tutto ciò, in quel momento smise di pensare a se stessa e sentì che doveva dare una mano al pellegrino per farlo riappropriare della sua vita che sicuramente era degna d’essere vissuta. Gli propose una colazione a casa sua, solo per farlo rifocillare – gli disse – e poi avrebbe proseguito il suo cammino a piedi; egli acconsentì, forse… non ne aveva più le forze. Giunti a casa, Rosy indicò a Francisco il bagno, lo fece con molto tatto e scaltrezza, augurandosi che… si ripulisse da tutta la polvere che aveva accumulato sul suo corpo e potesse dare così, anche una sferzata alla sua anima.

Sentì lo scrosciare dell’acqua: ‘Ce l’ho fatta, spero che indossi anche la roba pulita che apparteneva a quel verme di mio marito, spero che la noti sullo sgabello!’ pensò Rosy compiaciuta.  

 

Si sentì euforica, come non le accadeva da tempo, allora apparecchiò velocemente la tavola, aveva in frigo degli affettati, dei formaggi e anche dell’insalata verde, stappò poi una bottiglia di Sangiovese e predispose nel cestino il pane casereccio. ‘Non manca nulla,’ si soffermò a pensare.

Lui comparve in sala e… un’altra persona, un fior di uomo, un moro con degli occhi profondi scuri e ciglia lunghe che si piegavano all’insù donandogli un’aria molto, molto sexy.

 

“Non so neanche come hai fatto a convincermi.” biascicò in un italiano stentato. “Quando sono entrato nel tuo bagno, guardandomi allo specchio non mi riconoscevo più, poi mi sono rivisto dopo la doccia ed ho compreso che non vale la pena sprecare la propria vita per chi non la merita.”

“Lascia perdere, siamo in due a dover dare merito a quest’esistenza che ci appartiene. Vieni a tavola affoghiamo le nostre pene in questo profumato vino e saziamoci con quello che c’è.  Conosci anche l’italiano, molto bene… meno fatica per me!”   

Francisco, mentre era a tavola, lentamente recuperò quei ricordi che aveva allontanato come fastidiosi e distruttivi; la sua memoria in un flashback tornò al pomeriggio in cui le sue certezze caddero miseramente.

“Consuelo, porquè? No te gusta mas!”

“Lascia perdere, parla con la tua lingua, io ti comprendo e tu lo sai.”

“Bellissima morettina, ho rispettato i patti, tuo marito è capo del personale, in poco tempo una bella carriera, lui non lo sa, ma lo deve a te.”

 

“Certo, certo, ma ora voglio di più non mi basta quello che guadagna; devo sostituire l’auto con una più degna di me e poi dobbiamo arredare la casa con mobili d’epoca, ricercati, un comò stile Luigi XV è da sempre nei miei sogni.”

“Se vuoi… si può fare un incontro speciale. Tu non rischi nulla, nessuno vedrà il tuo bel faccino, porterai la maschera anche questa volta.”

“Sei un sudicio, un maiale che però onora gli impegni. Ricordi quando sono venuta a perorare la causa di mio marito, semplice impiegato della tua azienda. Tu ti sei alzato e dopo avermi ascoltato, molto spudoratamente mi hai detto che la carriera ci sarebbe stata se ti davo in cambio una raffinatezza, un’estasi particolare, l’hai detto così, senza mezzi termini.”

 

“Già, ci siamo intesi subito. Tu sei andata alla porta, hai dato una sola mandata e ti sei fatta prendere qui sulla mia scrivania… che temperamento, che donna sei Consuelo!”   

Francisco cominciò ad ansimare quei ricordi gli toglievano il respiro. Sua moglie, la cara dolce ragazza che lui credeva onesta, limpida come le acque della sorgente, era invece una puttana d’alto bordo che mercificava il suo corpo per vivere nell’agiatezza, e lo faceva passando da lui… ignaro. Lui che credeva di progredire nel lavoro per i suoi meriti finalmente considerati.

Rosy notò il suo pallore ed udì il fiatone: “Che ti succede, fai uso di bomboletta per l’allergia? Se vuoi ho l’inalatore, anch’io ho questo problema!”

“Grazie, non è come pensi, semplicemente ho ricordato… è solo un fenomeno nervoso.”

 

“Sta tranquillo Francisco, se vorrai mi racconterai la tua storia, altrimenti va bene lo stesso. Poi ti narrerò la mia, credo che molte cose ci accomunano. Io ero in quella campagna per seguire la rinascita della natura, nascita a me strappata e tu invece eri li dopo aver vagabondato per chissà quale atrocità subita. Siamo due derelitti che la vita ha messo sulla stessa strada.”


Giu 0820

Canna di fucile di Matteo Ongari

Pubblicato da Camilla Cannarsa alle 12:19 in Il racconto del venerdì


Presentiamo oggi Canna di fucile, di Matteo Ongari.

Volete anche voi vedere un vostro racconto pubblicato qui? Alllora scrivete a camillacannarsa[at]blogosfere.it! 

 

 
Canna di fucile

 

Clara aveva due occhi scuri da cerbiatta e un sedere da favola: arrotato, sodo e piccolo, stava nel palmo di una mano.

Era piccola ma ben proporzionata. La sua pelle sembrava ceramica; aveva gli zigomi alti, le sopracciglia marcate, le labbra sporgenti, il mento appuntito e un nasino sottile.

Aveva lo sguardo innocente, ma nelle sue fossette si nascondeva una pantera.

Ogni volta che, in ufficio, mi presentavo al suo cospetto, non ero per nulla intimorito.

 

 

Anzi, ero sempre più sicuro di me. Sciolto e tranquillo. E chissà come mai, quando non la vedevo per un po’ di tempo e provavo, a casa, ad immaginarmela, la ricordavo sempre meno carina di quel che effettivamente fosse dal vero.

Adesso tutti i colleghi la rimpiangono, ma intanto l’hanno già rimpiazzata.

Non bella come lei, come Clara intendiamoci, ma il suo posto è già stato preso.

Tanti saluti Clara.

Già da quando mi mettevo in fila, e lei mi guardava sorridendo, mi sentivo meglio. Bastava una sua sbirciata felice e languida a quadrare il cerchio. Era come una nuova nascita, la giornata s’illuminava, fuori dalle mie finestre interiori la luce cresceva.

Speravo sempre che si alzasse dalla sua scrivania, soltanto per vedere come si era vestita.

 

 

Avevo la mania del suo abbigliamento provocante.

Era piccolina, si, ma talmente ben fatta che qualsiasi straccio indossasse le donava una aura di luminosità. E lei non metteva robaccia da mercato, no.

Camminava come una modella; faceva dondolare i glutei a destra e a sinistra.

Mi faceva impazzire quando passava per i corridoi, scodinzolando, con i jeans aderenti e le magliette attillate che tiravano sulle piccole spalle dritte e i suoi meravigliosi texani.

 

 

Aveva gusto per l’abbigliamento; ancor di più per le calzature.

Poi, quando le ero davanti impietrito, ripeteva quel sorriso aperto e sincero che già prima mi aveva lanciato, mentre aspettavo. Scostava la frangetta scura, ciocche color caramello che le adombravano la fronte e sbattevano sui suoi occhioni nocciola leggermente truccati, schiudeva le ciglia tirate al nero e cominciava a darsi da fare.

Ammetto di averla fatta alzare dalla seggiola più di una volta, con qualsiasi scusa, per poterle guardare il posteriore. Il seno glielo vedevo anche quando ce l’avevo di fronte. Non erano certamente il suo forte, due piccole dune posate sul torace.

Era lei nel complesso ad essere affascinante.

Clara aveva movenze da danzatrice.

Sembrava sempre volteggiare in punta di piedi, nemmeno pestasse delle uova. Veleggiava da un capo all’altro della filiale come fosse senza peso, una piuma cava d’uccello.

 

 

L’avevo vista anche un paio di volte mentre andava al lavoro, sulla sua ipsilon color canna di fucile; che spreco distruggere un’auto così bella, facendola ruzzolare giù dalla scarpata.

Ma è stato necessario.

Quando l’avevo incrociata, il suo viso sfiorava il cruscotto e spuntava nel mezzo del sedile, vedendosi appena; era come se la vettura fosse manovrata da un fantasma, talmente esile e minuta era la figura che la comandava.

Clara era veramente una persona volubile, leggera.

Anche adesso è senza peso, ne sono sicuro.

Però è fredda e ha lo sguardo perso nel vuoto.

Mi piaceva, si, Clara. Però c’era un problema: il suo moroso.

Quando la osservo, scomposta e sezionata nel mio freezer, non mi sorride più.

Se ne sta là, algida e altera, senza degnarmi di uno sguardo. E dire che ho fatto tutto per lei, per poterla adorare come merita. Per averla, come bramavo, tutta per me.

 

 

Adesso non è così espansiva e nemmeno affettuosa o cordiale come prima. Peccato.

Il suo ragazzo, Gianmarco, mi era simpatico. Lo conoscevo già prima d’incontrare Clara e sono rimasto di sale quando ho saputo del loro legame.

Era un delitto che fossero così uniti.

Era un dovere dividerli, per il loro bene.

Comunque lui non ha fatto tante storie. E’ volato dal burrone dentro la macchina senza nemmeno protestare. Certo, con una pistola puntata alla tempia è difficile ribellarsi.

Peccato, Gianmarco era veramente un ragazzo d’oro; un po’ pieno di sé, ma di compagnia.

Era anche, e questa è una seconda coincidenza strana, figlio di una mi ex professoressa.

Ad esser sincero quella insegnante non mi piaceva affatto; non che la odiassi, no, come altri suoi colleghi, ma mi dava l’idea di una persona non preparata, sporca e insulsa.

E poi aveva sempre i capelli unti e spettinati.

Io odio chi gira con i capelli impiastricciati e non cura il proprio vestiario.

Bèh lei, la madre di Gianmarco, era così: sporca e trasandata.

 

 

Anche al funerale, quando sono andato a farle le condoglianze, era talmente messa male che mi sembrava di essere tornato ancora ai tempi delle superiori.

Piangeva. Si tirava gli occhiali, gli stessi che aveva in classe, sul viso grasso e rigato dalle lacrime; aveva una giacca fuori moda, tutta stropicciata e una orribile sottana di fustagno.

La chioma corvina, oleosa, mi aveva fatto stizzire. Ad ogni modo mi sforzai di farle le condoglianze rispettosamente mentre il marito, un signore quasi anziano con un pizzetto grigio, la trascinava al cimitero. Fece fatica a riconoscermi, dovetti ripeterle il mio nome.

 

 

Al funerale di Clara non andai: non trovarono il suo corpo e la diedero per dispersa, probabilmente pensarono che fosse bruciata nell’automobile volata giù per  la scarpata.

I suoi genitori non li conoscevo, cosa sarei andato a fare? Avrei destato solo inutili sospetti.

Qualche parente o familiare avrebbe potuto pensare che fossi un amichetto, un amante segreto, mettendo in discussione la sua pura fedeltà, gettandola in cattiva luce.

Clara era invece pura, e si mantiene ancora così, soltanto per me.

Certo non è più tanto espansiva. Rimane sulle sue e anche i suoi stivali, a forza di averli qui davanti, non mi sembrano così eccezionali come quando li calzava lei.

 

 

Sembra che le manchi qualcosa, quella vivacità vitale che le leggevo negli occhi è sparita.

E pensare che li avevo invitati io a fare una gita in montagna.

Non sospettavo che andasse a finire in questa maniera.

Loro erano stati gentili con me, prima.

Mi avevano chiamato a fare qualche immersione  assieme, e c’eravamo fatti amici sul serio.

Ma lei, Clara, era sempre gentile e carina con me. C’era di più, io lo sapevo.

Allora decisi di portarli in montagna; ma giuro che non era mia intenzione far volare giù dal burrone la loro ipsilon con dentro Gianmanrco. Fui costretto dagli eventi.

Comunque è acqua passata.

 

 

Nemmeno la ribellione di Clara era prevista; non la piantava di frignare, sembrava aver perso quella briosa allegria delle giornate lavorative.

Ma anche quella oramai è una cosa superata.

Mi spiace solo che non abbia potuto salvarla, ecco, che abbia dovuto zittirla.

Non ho avuto scelta, altrimenti mi sarebbe scappata ancora. Invece adesso lei è lì. 

La vedo, la tocco, la bacio, l’ammiro quando voglio, anche se lei non ricambia.

Se fossi stato più convincente forse mi avrebbe ascoltato, invece dovetti proprio finirla. Peccato.

Comunque sia i suoi colleghi l’hanno compianta, ma tanto. Davvero.

Sono rimasti sconvolti e commossi per almeno una settimana.

 

 

Adesso però si sono riavuti. E hanno già piazzato una sostituta.

Non è bella come lei, ci mancherebbe. Ha dei capelli ispidi, di un brutto colore paglia e fieno, i lineamenti grezzi da scaricatore e si muove in maniera goffa.

Il suo sedere deborda ai lati dei pantaloni.

No, decisamente non mi è simpatica.

Non le ho nemmeno mai chiesto come si chiama.

Però Lucilla, la collega che le siede di fianco, non è male, ripensandoci.

Anche lei mi saluta sempre col sorriso sulle labbra. Mi chiama per nome e quando vado da lei sembra un cagnolino che scodinzola per la felicità. Si vede che ha un debole per me.

E’ inutile, io ho un sesto senso.

Riesco a vedere un piccolo bagliore accendersi negli occhi delle ragazze che fanno al caso mio. E quando si accende quella spia, quelle luci riflesse nelle loro pupille, io comincio.

Certo è formosa, morbida, ma ha due seni imponenti che devono essere niente male.

Porta magliette attillate, minigonne e stivali anche lei. E ha lo stesso passo felpato di Clara.

Andavano sempre al bar assieme, prima.

E’ anche alta, o meglio bassa, come Clara.

Ha una bella chioma lunga e riccioluta, una testa piena zeppa di capelli curati. Un volto tondo come le sue forme e sprizza dinamismo da ogni poro, anche dalla cicatrice che le solca la fronte.

Trovo graziose le sue sopracciglia, quasi inesistenti, che coprono due occhietti verdi e acquosi. Le sue guance piene, bianche e rosse, la fanno sembrare una creatura alpina.

 

 

In realtà viene dalla città dei sassi.

Mi piacerebbe andarci, qualche volta. Chissà com’è quel paese fatto da case scavate nella roccia. Come rocciose sono le poppe che Lucilla porta con orgoglio.

Si. Decisamente, mi piace Lucilla.

Anche il suo ragazzo mi è simpatico, purtroppo. Ama la pesca sportiva, proprio come me. Peccato.

Ho un congelatore molto grande, male che vada.

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